Un foglio con i bozzetti dei costumi piegato a metà
e infilato nella tasca di un cappotto uscendo da un locale
fumoso, in piena notte: uno si è macchiato di bianchetto
e sull’altro una ditata. Il giorno dopo sono da consegnare
alla laboriosa sarta.
L’impugnatura dei pupazzi del Woyzeck ogni volta da
riparare con bostik alla mano e fil di ferro. E la gommapiuma
che si consuma a poco a poco, replica dopo replica; anche
la garza che ricopre il polistirolo di Don Chisciotte, prima
o poi se ne andrà anche lei, assieme alla bellezza
che il gigante-burattino aveva appena prese vita per la
prima volta.
Replica dopo replica la consunzione è testimonianza
di utilizzo, perché il pensiero creativo e costruttivo
che soggiace a questi burattini è sempre riferito
ad un agire, un fare che si manifesta su quattro assi di
legno, chiamate palcoscenico, come presenza dotata di volontà comunicativa.
Nell’immaginario collettivo il burattino vive in un’indistinta
memoria legata all’universo espressivo dell’infanzia
e della prima gioventù. Ma tutti, senza alcuna distinzione
d’età, si rimane stupiti di fronte al fascino
di una figura non umana che prende vita, caricandosi di
un soffio d’esistenza che prima non c’era. Ma
questa vita può diventare forza, grazia, violenza
e talvolta può assumere persino parvenze di verità,
se prende forma per un’idea (e per la comunicazione
di essa) che pulsa al di là del linguaggio e della
tecnica artistica che s’intendono adottare. Così
capita d’aggirarsi tra i pupazzi costruiti per quel
Woyzeck (classe 1836), in cui una specie di boia-burattinaio
gioca a spingere il suo condannato, primo proletario della
storia del teatro, verso il baratro dello sfinimento psicologico
e dell’alienazione, a sottolineare quella sensazione
che spesso si ha di vivere in un mondo di burattini che
condizionano le nostre azioni. Oppure di fissare negli occhi
Don Chisciotte per qualche istante e avere l’impressione
che da un momento all’altro con un balzo ci aggredisca
credendoci giganti, perché su quelle quattro assi
di legno lui è il simbolo di tutti coloro che si
inventano sogni a scapito degli altri, in questo caso un
sogno di follia e di prepotenza basato sulla convinzione
di volere essere ciò che umanamente non è
giusto e non è possibile essere, come accadde per
i visionari sogni di Gengis Khan o di Adolf Hitler.
“Alla formula l’arte per l’arte, io sostituisco
l’arte per l’idea”, diceva Pellizza da
Volpedo mentre si accingeva a compiere il suo Quarto Stato.
Così piacerebbe pensare anche a noi, che a quel quadro
e a quell’idea siamo particolarmente legati. Con la
volontà di sottendere anche quel filo che si riannoda
ad una tradizione di bottega, di officina alchemica in cui
manualità e suggestioni del pensiero creativo si
incontrano per la prima volta, dando luogo all’originaria
e prima manifestazione di un evento che sarà poi
la rappresentazione vera e propria. Come i bozzetti per
la realizzazione dei pupazzi di Mari e Salgari, qui esposti
solo in parte, in cui è evidente il passaggio tra
una fase e un’altra dell’ideazione, fasi che
rivelano anche l’influenza reciproca tra chi ha il
compito di inventare le figure e chi invece le realizza
e le anima.
E infine una piccola finestra aperta su un mondo di figure
musicali, realizzate con solo pastello nero e grattino:
la piccola formazione di musicisti manouche, omaggio ad
uno stile che si spande in atmosfere anni trenta. La particolare
tecnica figurativa a volumi scolpiti attraverso graffi di
luce, è qui indirizzata a creare le ombre di un immaginario
che stimola l’osservatore alla partecipazione creativa
di quegli elementi ambientali, emotivi ed espressivi che,
come una lettura tra le righe, prendono corpo solo nella
sua testa e solo secondo la sua inclinazione.
Un percorso, dunque. Un segnale di vita. Una pausa che i
burattini si prendono prima di ricalcare le scene. Piccola,
breve ma ricca di fili che si intrecciano l’uno con
l’altro, fili di piccole memorie che si stratificano
depositandosi anche sulla carta delle tavole e dei bozzetti
o sulla pelle dei burattini, gommapiuma consumata dal tempo,
replica dopo replica.
E’ doveroso un sincero ringraziamento alle seguenti
persone, senza le quali questa piccola esposizione non avrebbe
avuto luogo: Roberta, Lorella, Marco, Vania, Fausto, Valentina,
Samuele, Paolo, Paola, tutti coloro che abbiamo involontariamente
dimenticato e il cous-cous alle verdure della Casseta Popular.
(novembre 2003)
|